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21 nov 2009

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4 commenti

 

Evviva la Sardegna, Evviva il piano di rinascita.  
di Aristide Libero Mambelli

Acqua PrivatizzataPer capire quanto accade nel caso Alcoa occorre sgombrare la mente dalla confusione, e osservare con molta crudezza l'essenza della realtà. Capire chi sono i protagonisti, e quali sono i fatti.
Alcoa dal 2004 ha goduto di un'agevolazione statale in base alla quale ha pagato l'energia elettrica meno del prezzo di mercato corrente. Nel 2006, e sottolineiamo 2006, la Commissione Europea ha avviato una procedura di infrazione contro questa agevolazione. In forza di questa infrazione Alcoa si troverà probabilmente a dover restituire circa 400 milioni di Euro illegittimamente ricevuti. La Commissione motivava la procedura di infrazione come segue:

La Commissione dubita della compatibilità dell’aiuto con il mercato comune in quanto molte delle fabbriche che usufruirebbero della tariffa preferenziale sono situate al di fuori delle zone ammissibili agli aiuti a finalità regionale di questo genere. Nel caso dell'impianto di Alcoa in Sardegna, la proroga non sembra soddisfare i requisiti degli orientamenti in materia di aiuti di Stato a finalità regionale e potrebbe dar luogo ad una grave distorsione della concorrenza sul mercato europeo dell’alluminio primario, in cui l’energia costituisce una percentuale importante dei costi di produzione.
Bastava leggere queste parole, semplicemente, nel 2006, per capire come sarebbe andata a finire. L'operazione della Commissione è indirizzata a  difendere il meccanismo del (sacro) libero mercato.
Sul principio della tutela del mercato è impostato il Trattato di Lisbona, che i nostri parlamentari hanno recentemente approvato in blocco con entusiasmo senza neanche conoscerne il contenuto. Trattato che era in piena gestazione nel 2006, mentre, ad esempio, era senatore di maggioranza quell'Antonello Cabras che oggi su giornali e TV dispensa le sue pillole di luogocomunismo e spiega come deve essere affrontato il problema Alcoa.
Ecco, quello che è più preoccupante del problema in sè, se è possibile , è il “come” e “da chi” è stato affrontato. Le decisioni della Commissione Europea sono di fatto inappellabili, e di questo si doveva tener conto, nel 2006, quando l'infrazione è stata aperta. Portoscuso è stato in questi 3 anni un palcoscenico sul quale si sono avvicendati molti attori, di ogni schieramento, di ogni livello. Nel 2006, Bersani (allora Ministro dello Sviluppo) dichiarava di essere pronto a inviare  le controdeduzioni necessarie per motivare la scelta italiana di consentire ad Alcoa di approvvigionarsi in condizioni tali da mantenere le proprie produzioni in Italia.
Da allora è stato un susseguirsi di rassicurazioni, rilasciate da personaggi che sono, nei fatti, niente più che passacarte. Cappellacci compreso, ovviamente. Passacarte, ma non colpevoli: la verità è che cio' che sta succedendo oggi sarebbe successo comunque, con qulasiasi governatore, trattandosi di provvedimento UE, come detto. Cio' che è sconcertante è stato chi, per ignoranza o in malafede, ha propagandato di poter affrontare il problema con il tradizionale armamentario folkloristico quanto inutile: i tavoli Stato-Regione, le mobilitazioni dei sindaci, gli scioperi generali.
E'evidente che la nostra classe dirigente è equamente suddivisa tra chi è ignorante e chi è in malafede, se è vero che né maggioranza, né opposizione, né sindacati hanno avuto in questi tre anni la capacità di leggere il problema tariffe energetiche per cio' che era: una battaglia con probabilità di vittoria pari all' 1%, in cui molti si affannavano a lanciare richieste o proclami privi di reale consistenza.
Per capire, oggi, chi sono i protagonisti veri e quelli finti delle dinamiche industriali è emblematica la recente nomina del giornalista Angioni come assessore all'Industria. La sua ipotetica inconsistenza come assessore è infinitamente meno importante dell'irrilevanza del ruolo “Assessore all 'industria”, a prescindere da chi lo occupi, che sia Angioni, Rockfeller o Topo Gigio.
E' un ruolo che definire “marginale” sarebbe eccessivamente ottimistico, per il semplice fatto che “l'industria” vive di equilibri non regionali o nazionali, ma sovranazionali. Le dinamiche attuali non sono quelle del Piano di Rinascita, sotto il cui cappello rassicurante è cresciuta la classe dirigente sarda.
La grande industria delle Partecipazioni Statali degli anni '70 era una matrona rassicurante: costantemente in perdita, garantiva comunque lo stipendio per tutti. Mai nessun licenziamento, e la certezza di avere come controparte,nei momenti caldi, l'Assessore o il Ministro all'Industria.
La grande industria di oggi è un'altra cosa. Alcoa è il 90° gruppo al mondo per volume d'affari, nel 2009. Coca-cola è al posto 116, per dare un'idea. Lo stabilimento sardo è un pezzetto microscopico di questa multinazionale. La vita dei gruppi multinazionali si basa sulla diffusione globale  dei principi del libero mercato, che è quello che sta facendo l'UE con la procedura di infrazione contro lo Stato italiano che ha aiutato Alcoa.
Paradossale, ma la chiusura di Portoscuso è per Alcoa un piccolo contrattempo da superare in nome della tutela del mercato in cui prospera. Un mercato globale che è regolato secondo un quadro normativo ispirato dall'azione pressante e continua di lobby e multinazionali, come Alcoa stessa. Questa è la grande industria, oggi.
E'concepibile il Consiglio di Amministrazione di Alcoa in pensiero perchè la polizia a Roma ha manganellato tre operai, o addolorato perchè Tore Cherchi rinuncia alla fascia di sindaco per protesta? Questa industria è diversa dal passato, è spietata, e genera problemi che la nostra classe dirigente in molti casi è non solo incapace di affrontare, ma anche di elaborare. Oggi, non serve “andare a Roma” per manifestare. Occorrerebbe andare a Bruxell, e individuare gli invisibili burocrati che lavorano per la Commissone Europea e hanno stabilito le regole di mercato che oggi odiamo, ma che tanto amiamo quando ci consentono di acquistare una TV LCD senza pagare dazi doganali.
E ad un governatore, oggi, che cosa si puo' chiedere? Non la bacchetta magica per trattenere una multinazionale, ma almeno che racconti la verità per quello che è, e non le favole che svaniscono alla fine della campagna elettorale.
A un Ministro come Scajola cosa si puo' chiedere? Che dica “io conto come il 2 di picche” sarebbe troppo. Ma che almeno eviti miserabili sviolinate agli operai dicendo “Senza la vostra lotta questo risultato non ci sarebbe stato “circa 24 ore prima che Alcoa annunci la chiusura. Mentre tutto questo accade, in Sardegna, CGIL-CISL-UIL preparano il “Congresso del popolo sardo”, per “chiedere più lavoro e più sviluppo”, con la consueta profondità di analisi e concretezza.
Evviva la Sardegna, evviva il Piano di Rinascita.
Link:   http://ec.europa.eu/italia/attualita/archivio/concorrenza/10c8c21afa0_it.html

 

COMMENTI

sab 21 nov 10:41
Che altro aggiungere ?
La verità  è che se non stai sul Mercato, sparisci .
Questo vale per l'industria oggi e per i servizi primari ( acqua, sanità , scuola ) domani .
E' una regola molto semplice, decisa a tavolino da potentissimi uomini d'affari circa trent'anni fa  quando sembrava impossibile immaginare un  Mercato Globale che avrebbe deciso del destino di milioni di persone, bypassando governi, parlamenti eletti dal popolo ( sigh ! )e tutte le rappresentanze democratiche .
Cittadini-consumatori di merci provenienti da paesi lontanissimi, sempre più a buon prezzo, spesso creati dallo sfruttamento di uomini, donne e bambini.
Ora tocca a noi, Sulcis, Sardegna, vedere il vero volto del " meraviglioso " Mercato ..
Antonio M.

sab 21 nov 19:58
Per diversi anni ci hanno detto che i "no Global" erano dei reazionari, dei delinquenti e tanto per essere sicuri che in noi questa opinione fosse assunta inviavano sistematicamente in mezzo ai cortei i cosiddetti "Black Block" che altro non erano che degli agitatori di folle sullo stile di quelli che la polizia italiana infiltrava negli anni 70 nelle manifestazioni.
Purtroppo parte di quegli uomini, ( quella sana che manifestava senza sfasciare tutto) ,di cui oggi non si sente più parlare, avevano  ragione nel manifestare nei luoghi dove almeno apparentemente si consumava la distruzione del mondo conosciuto per uno nuovo ancor più fondato sul mercato e consumismo.
Di questo semplice concetto che in realtà  è alla base di tutte le crisi economiche, le guerre,le sempre maggiori disuguaglianze sociali oggi anche noi opulenti occidentali iniziamo a sentirci nostro malgrado colpiti, e quindi come sempre quando la pioggia rovina anche il proprio orticello ci si mette in moto anche se sempre nel modo sbagliato perché con logiche di 30 anni fa. La Cina che nell'immaginario comune di qualche nostalgico  è espressione "dei comunisti mangia bambini" è l'esempio più significativo di questa economia di mercato che mercifica sempre più l'individuo riducendolo ad uno stadio per cui la schiavitù era meglio.
Eppure a ben guardare le multinazionali sin dalla loro nascita ad opera dei sapienti inglesi dell'ottocento (la data potrebbe essere 1825 con l'abrogazione del Bubble Act che ne impediva la diffusione ma già esistevano) altro non sono che soggetti  economici o meglio persone giuridiche con l'unico scopo di  valorizzare al massimo gli interessi privati dei propri azionisti a prescindere da qualsiasi considerazione etica, e non sorprende che le stesse qualità  applicate ad un essere umano anziché ad una persona giuridica vengono ritenute unanimemente come una personalità  aberrante se non psicotica (The Corporation di  Joel Bakan). L'aberrazione stà anche nel semplice fatto che il crescere indefinitamente è impossibile, infatti a questi ritmi ognuno di noi avrebbe dovuto tra qualche decennio  avere 2 o 3 automobili un paio di computer, un telefonino diverso per ogni giorno della settimana e una serie di gadget inutili per continuare a sfamare gli appetiti delle multinazionali, in pratica in sfregio ad un noto principio fisico per cui nulla si crea ne' si distrugge il nostro pianeta dovrebbe crescere anch'egli indefinitamente per fornirci materie prime e altrettanto noi "occidentali" consumare sempre di più.
In pratica sei noi europei e anche americani non riusciamo più a comprare oltre i nostri bisogni, ma anzi una sempre più larga fetta non riesce più a sopravvivere, a chi rimane il compito di acquistare tutti questi beni per far prosperare le multinazionali? Agli africani? Ai Russi? Agli Indiani e Cinesi? Se fosse vera l'ultima ipotesi anche loro tra qualche decennio non avrebbero più lo strapotere economico attuale e magari l'avremmo guadagnato noi riducendoci però come i cinesi delle scorso decennio.
Alla luce di un così semplice ragionamento a chi giova continuare a perpetuare questo "libero mercato" e questo tipo di società ? Nemmeno alle multinazionali a meno di non spostare ciclicamente ricchezza da un continente all'altro.
Lazzaro

mer 25 nov 21:47
Ho paura che il libero mercato non abbia logica e che in un mercato globalizzato come il nostro chi DEVE guadagnare, guadagna anche (e forse sopratutto) quando sembra che l'economia sia al tracollo (vedi l'ultima crisi mondiale). Ma, per tornare al nostro piano di rinascita, bisogna, secondo me, tenere conto del fatto che l'industria in Sardegna è sempre cresciuta anche perché, anche se i costi di gestione erano sempre notevolmente più alti, c'era la controparte dell'inquinamento libero che controbilanciava i costi dell'investimento. Da quando "il lato buono dell'Europa" ha imposto regole più rigide sullo smaltimento dei rifiuti, e in Sardegna, grazie anche a associazioni ambientaliste (della domenica? che si occupavano di queste cose invece che di Capoterra? chissà!) e a gruppi politici radicati nel territorio, si cerca di farle rispettare, la Sardegna non è più "industrialmente" apetibile. Quindi credo che oggi gli assessori all'industria e ancora di più i ministri per lo sviluppo economico, invece di dare i soldi pubblici alle aziende per andarsene dalla Sardegna (leggi 13 milioni di euro da parte del governo alla Equipolymers che smantella ad Ottana) potrebbero obbligare le multinazionali a riparare i danni che hanno fatto nel territorio per poter fare una serie riconversione industriale con seri piani di sviluppo. Ma la classe dirigente sarda (e non solo quella sarda, purtroppo) è cresciuta sotto il cappello rassicurante del Piano di Rinascita...
Antonio S.

gio 26 nov 16:38
Il libero mercato ha una logica sola, che stiamo conoscendo. Il problema è che le regole di questo mercato stanno diventando regolamenti politici, a passi da gigante, nell'indifferenza generale, con la complicità  di molti (opposizione compresa).
Non posso che concordare con il Mambelli quando scrive che questa industria è altro dagli anni '70, e con Antonio: l'utilizzo dei soldi pubblici in un'ottica di recupero ambientale puo' essere una strada possibile di deindustrializzazione (con cui dobbiamo fare i conti per forza) non sterile, ma che pone nuove basi. Sulle capacità  dei governi di "fare" politica industriale ho seri dubbi: se consideriamo che oggi come oggi il nostro governo non riesce e non puo' controllare le politiche ENI (di cui è formalmente proprietario) trovo alquanto utopistico pensare che lo stesso nostro governo possa influenzare in modo determinante quelle di Alcoa.
Daniele B.

 

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