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19 dic 2009

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L’uso della forza: necessaria e moralmente giustificata
Il Nobel per la Pace

di Giuseppe Pala

leviatanoLa scorsa settimana a Oslo in Norvegia è stato consegnato al Presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama, il premio Nobel per la pace per l’anno 2009.
Le motivazioni che hanno portato il comitato norvegese ad assegnare tale riconoscimento sono dovute principalmente per l’impegno dimostrato da Obama, nel cercare di ridurre gli armamenti nucleari, adoperarsi per far riprendere il dialogo in Medio Oriente ed in particolare per essersi impegnato affinché si raggiunga la Pace nel Mondo.   
Il conferimento del premio, è avvenuto all’indomani della decisione presa dallo stesso Obama, di inviare altri 30000 soldati in Afghanistan, decisione molto criticata da una parte dell’opinione pubblica ed in particolare da Fidel Castro che ha definito lo stesso Obama un “Cinico”.
Nel suo intervento, il Presidente non si è sottratto al compito di dover spiegare il motivo di questo nuovo invio di truppe, lui stesso spiega come la pace non ammette compromessi, nelle parole del Presidente, ritorna in mente il concetto di guerra giusta contro la negazione della libertà e in difesa dei diritti dei popoli. Barack Obama sostiene che ci sarà un momento in cui le nazioni da sole o in concerto, troveranno l’uso della forza non solo necessaria ma anche moralmente giustificata. 
Il concetto di guerra giusta ritornò alla ribalta in occasione dell’invasione del Kuwait avvenuto il 2 agosto 1990 da parte dell’Irak, in quella occasione, il Consiglio di sicurezza dell’ONU, autorizzo gli Stati membri ad usare la forza per ripristinare la pace e la sovranità nel territorio. Durante l’operazione definita:“tempesta del deserto”, si scontrarono diverse teorie sulle politiche da utilizzare per riportare sul piano della normalità una situazione degenerata, i maggiori filosofi occidentali tra cui ricordiamo Habermans, Lyotard o l’italiano Norberto Bobbio, sostenevano che la guerra era, se non giusta perlomeno giustificata.
Interessante la posizione di Bobbio, che rifacendosi al contrattualismo hobbesiano, applicato ai rapporti fra Stati, sostenne che per uscire dalla situazione di anarchia e di guerra imperversante nel Mondo  e passare ad un sistema ordinato e pacifico, gli Stati dovrebbero sottoscrivere un patto e conferire ad un Terzo Stato il potere di regolare coattivamente i loro rapporti, una sorta di “pacifismo leviatano”. In quel momento storico, a seguito del crollo del muro, e al conseguente  sgretolamento del URSS, l’unica potenza militare che poteva adempiere tale ruolo era l’America. 
Due sole eccezioni di rilievo si evidenziarono: quella dell’allora Pontefice romano Giovanni Paolo II, che condannò la guerra in assoluto, e quella del moralista americano Michael Walzer, che la enfatizzò definendola una “guerra giusta”.
Un radicale dissenso fu espresso in occidente dai diversi movimenti pacifisti, che rifacendosi al pensiero del Mahatma Gandhi, sostenevano che per costruire la pace nel Mondo, occorreva puntare sulla qualità morale ed etica dei popoli, la guerra non è altro che l’espressione del tessuto sociale, la violenza produce altra violenza.
Diametralmente opposte le teorie di Michael Walzer che sostenne e lo condivide  ancora oggi, la giustificazione etica della guerra preventiva, convinto che gli Stati possano legittimamente utilizzare la forza nei confronti di altri pari  soggetti internazionali, solo alla presenza di minacce per un possibile attacco militare e terroristico.
La giustificazione morale teorizzata da Barack Obama ad Oslo, in parte ripropone la dottrina cristiano-medievale della guerra giusta, in cui si definivano limiti morali alla guerra, in modo da poter distinguere le “guerre giuste” dalle “guerre ingiuste”. Tali limiti morali, servivano per giustificare le cause dell’inizio della guerra (jus ad bellum ) o la sua condotta, in particolare l’uso degli strumenti utilizzati (jus in bello ).   Oggi come ieri, l’indottrinamento della guerra ha come unico scopo quello di legittimare una crociata, a prescindere dal fatto che essa sia d’aggressione o di difesa, la difficoltà sta nel capire, se esistono i presupposti per definire una guerra necessaria e moralmente giustificata. Questi però sono particolari di poco conto che non condizionano di fatto l’iter per il riconoscimento del più importante premio in tema di guerra: il Premio Nobel per la Pace.

COMMENTI

dom 20 dic 20:54
Giustamente puntualizza, l'autore, che la giustificazione morale proposta da Obama ripropone la dottrina medievale della guerra giusta. Se l'industria bellica in campagna elettorale ha finanziato più Obama (870mila $) che il repubblicano McCain (650mila) sarà giusto o no che oggi Obama si ricordi degli amici?
E poi in Afghanistan serve la pace per poter far passare l'oleodotto in uscita dal Turkmenistan, quindi è giusto che gli USA la portino agli Afghani, con le buone o con le cattive. Evviva il nobel per la pace, quindi, nonostante il rifiuto del vecchio Papa polacco contro la guerra: oggi sarebbe decisamente demodè.
Daniele B.

lun 21 dic 15:16
La guerra in Afghanistan quando è stata fatta su mandato dell'ONU subito dopo l'11 settembre aveva un "suo senso", questo non vuol dire che fosse una guerra giusta, ma se per paragone ci rifacciamo alle nostre società è altrettanto vero che non è mai giusto rinchiudere una persona in carcere, eppure in qualsiasi paese a meno di "pochi timorati di Dio" se un individuo commette un delitto la polizia usa la forza per condurlo in carcere, luogo dove poi, nelle democrazie, costui dovrebbe riscattarsi, ma poi di fatto luogo dove separarlo dal resto della società per difenderla dalle sue malefatte. Certo il paragone può apparire superficiale ma è altrettanto vero che una sorta di ordine prestabilito vada in qualche misura applicato anche tra i vari stati, il problema nasce appunto nel chi deve applicarlo?, sotto quali regole?, qual è l'obiettivo finale di "un'azione sbagliata ma a fin di bene"?,quando l'organismo di polizia deputato viola le stesse regole per cui è stato pensato come si interviene ?.
Il papa giustamente in quanto espressione di un dogma e di una fede ha dichiarato che qualsiasi guerra è ingiusta, e credo che gran parte degli uomini condividano un principio così generale però poi, come sempre succede, è nelle scelte che di volta in volta si ripropongono che i principi di ognuno di noi faticano ad essere applicati, così come spesso sentiamo dire la classica frase "che lo rinchiudano in carcere e buttino le chiavi" ,come pensate che veda un palestinese l'israeliano che gli sta di fianco se non come quello che ha bombardato la sua casa e altresì questi veda il suo vicino come quello che con un atto terroristico gli ha ucciso un familiare? All'inizio ho scritto che l'intervento di guerra in Afghanistan era inizialmente condivisibile e come intervento di polizia internazionale a questo punto dovrebbe già essere terminato da tempo, purtroppo però l'errore è già stato commesso, qualsiasi soluzione che adesso si adotti non lo potrà cancellare.
Lazzaro C.

 

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