Demos Capoterra stemma Capoterraquattro mori
Home

21 gen 2010

Commenta...

1 commento

 

La Democrazia è partecipazione
di  Stefano Gregorini

partecipazioneLa partecipazione politica è un elemento fondante e fondamentale della democrazia.  Non è forse democratico quel regime che si contraddistingue dalla garanzia reale di partecipazione politica della popolazione adulta? 
Nella moderna democrazia rappresentativa si è andato assistendo progressivamente al configurarsi della figura dei professionisti della politica.  Sono essi infatti che delegati dai cittadini prendono le decisioni sulla “cosa pubblica”, la figura del professionista è stata caratterizzata da una costante specializzazione dei compiti che fa del governare una professione particolare.
Ecco che nel linguaggio di questi gruppi di professionisti è aumentato negli ultimi tempi l’uso della parola partecipazione.  Assistiamo negli ultimi anni ad un continuo richiamo, da parte delle elite del potere, alla necessità di ridare il giusto valore alla partecipazione della gente comune, da qui lo strumento delle primarie e altre forme di democrazia diretta.  Respirare questa presunta aria partecipativa, o quantomeno il tentativo da parte delle dirigenze di far passare questa convinzione ai cittadini, ha un retrogusto amaro per quanti percepiscono che la partecipazione è stata oramai relegata al solo esercizio del diritto di voto.
Il concetto stesso di politica, riferendosi alla sua radice etimologica alla polis greca, richiama un’immagine di partecipazione: nell’agorà si interveniva attraverso l’espressione delle proprie opinioni e alla elaborazioni delle decisioni.  La democrazia degli antichi con il suo elemento di intervento diretto differisce dalla democrazia dei moderni dove prevale l’elemento della delega.
Rush definiva la partecipazione politica come il “coinvolgimento dell’individuo nel sistema politico a vari livelli di attività, dal disinteresse totale alla titolarità di una carica politica”.  Una concezione più limitata riconduce la partecipazione ai comportamenti dei cittadini orientati ad influenzare il processo politico.  L’espressione partecipazione politica ricomprende comportamenti tra loro molto diversi che vanno dal voto alla militanza in un partito, dalla discussione sulla politica alla pressione organizzata.
Quello che va rilevato oggi è il fatto che la democrazia conviva con tassi molto bassi di partecipazione.   Se da un lato si è assistito negli ultimi 20 anni ad una sostanziale stabilità della partecipazione politica di tipo tradizionale, dall’altro è cresciuta enormemente quella non-istituzionale, tanto da far parlare di “rivoluzione partecipativa” (Topf 1995).  Ad essa è infatti collegato il proliferare di movimenti sociali che si basano prevalentemente su reti di interazione informale, in cui i loro membri condividono credenze dando vita a delle nuove identità collettive, e intorno ad esse si mobilitano. 
Le identità collettive e il senso di appartenenza ad un gruppo facilitano la partecipazione nelle organizzazioni e nei reticoli sociali.  La partecipazione diventa dunque un’azione in solidarietà con altri, che mira a conservare o a trasformare la struttura e anche i valori del sistema di interessi dominante. 
E’ ormai assodata la convinzione che vi è maggiore partecipazione dei cittadini dove maggiore è il grado di decentramento territoriale.  Si ritiene, in linee generali, che tanto maggiori sono i poteri distribuiti alla periferia (Regioni, enti locali), tanto maggiore sarà anche la possibilità per i movimenti di trovare un punto di accesso al sistema decisionale.  Il decentramento dei poteri nello Stato italiano, con un progressivo ampliamento delle competenze agli enti più vicini ai cittadini, e cioè i Comuni, è da considerarsi come un’apertura del sistema istituzionale alle spinte provenienti dal basso.
L’importanza della reale partecipazione dei cittadini è ormai entrato anche nel mainstream dello sviluppo.  Dagli anni ’80 infatti lo sviluppo “partecipato” è divenuto un vero e proprio movimento con ricerche che sottolineavano il successo di progetti condotti a scala locale.  Questo movimento di opinione afferma con forza che la sviluppo “dall’alto” è deresponsabilizzante, mentre i progetti di sviluppo su piccola scala, con larga partecipazione ( bottom-up ) permettono anche ai più poveri di essere protagonisti informati dello sviluppo.  Lo sviluppo partecipato è diventato oggi il modello sul quale le organizzazioni internazionali, a partire dalla Banca Mondiale, conducono l’assistenza ai Paesi poveri.  Questo modello può aderire anche nei Paesi occidentali come l’Italia dove la partecipazione alla vita politica e decisionale è sempre più bassa. 
I contributi teorici non mancano, anzi si tratta di un campo particolarmente fertile. Lipset nel 1960 nel suo “The Political Man” aveva affermato che la non-partecipazione può essere un segno positivo di consenso con chi governa, e una crescita di partecipazione può indicare scontento politico e disintegrazione sociale.  Un certo livello di apatia sarebbe, nella sua visione, un segno di soddisfazione dei cittadini nei confronti della politica.   Ma la partecipazione, come quella capacità della società di organizzarsi per raggiungere la realizzazione di determinati obbiettivi è stata letta altresì positivamente.  La valenza positiva sta nel favorire l’autogoverno, contro “l’alienazione del cittadino quando si rapporti allo stato sulla base di diritti e obblighi puramente politici” ( Graziano 1995).
Alexis de Tocqueville affermava che la forza della democrazia americana risiede nel decentramento ai comuni.  E’ nel comune che il cittadino si socializza alla politica ed è nelle associazioni, alle quali Tocqueville destina un ruolo centrale, che si sviluppa il piacere dello stare insieme e dove si impara ad interagire con gli altri.
Le teorie di Tocqueville sono state recentemente riprese dalla letteratura sul capitale sociale, visto come il nuovo passepartout delle politiche di sviluppo e definito, in relazione alle caratteristiche dell’organizzazione sociale, come reticoli di relazione, norme di reciprocità, fiducia negli altri, che facilitano la cooperazione per il raggiungimento di comuni benefici.
La partecipazione dal basso deve essere la ricetta per uscire dal peggioramento qualitativo che mina la democrazia contemporanea.  Il voto rappresenta lo strumento formidabile per “partecipare” alle decisioni politiche, esso però non deve perdere il suo significato più vero, che l’etimologia della parola ci ricorda (dal latino vovere, promettere).  Il mio voto deve essere detto a qualcuno che mi ascolti e che non lo riconduca ad una somma puramente quantitativa per assicurarsi una carica.  Per non perdere qualità la democrazia ha lo stringete bisogno di ridare valore al “dialogo duologale” e scrollarsi di dosso quel dialogo impersonale e vuoto a cui oggi troppo facilmente si riconduce il voto.  Partecipare nelle nostre comunità e negli enti a noi più vicini vuol dire ridare valore a quella democrazia del demos che prima di ogni cosa è popolo di un territorio.

COMMENTI

ven 29 gen 10:44
Condivido in pieno l'articolo. E'fondamentale la necessità  di partecipare negli enti a noi "vicini". Paradossalmente oggi vediamo il moltiplicarsi di fiammate velleitarie di grande impatto mediatico orientate a "cambiare il mondo", e una contestuale e diffusa grande difficoltà  nell'iniziare ad agire concretamente la democrazia nelle entità  realmente alla nostra portata, andando oltre il mero voto sotto elezioni.  
Daniele B.

 

 

  altri articoli di
Stefano
Gregorini